Come in tutto questo periodo anche questa giornata è piovosa. Sembra quasi che anche il cielo provi le stesse sensazioni che proviamo noi in ufficio, e faccia scorere le lacrime che noi dobbiamo trattenere per non sembrare fragili come foglie ma bensì tronchi robusti volti a sostenere il peso della pressione a cui siamo sottoposti ogni giorno. Ad un certo suona il telefono di Felicita, la mia tutor:
Felicita: "Felicita".
Luca (il capo dell'ente): "Ciao sono Luca. Senti mi devi fare un favore, c'è il figlio di L. A. che si è fissato con un annuncio di lavoro sul sito, puoi vedere chi è il responsabile per quella posizione che stanno ricercando?"
F.: "Ok Luca, credo sia R. C., ora lo chiamo per una conferma e per informarmi".
L.: "Va bene, grazie. Vediamo cosa possiamo fare. Ciao. A dopo".
Io e la mia collega di sventura precaria ci guardiamo con aria rassegnata, non stupita. Che le cose, o meglio che il mondo funzionasse così aimè ce ne eravamo già accorti. Certo è, però, che questo questo rito aziendale non è del tutto elegante, soprattutto se arriva alle orecchie ormai stanche di due poveri essere come noi che aspirano non alla beatitudine, ma ad un posto di lavoro che possa per lo meno permettere di guardare dentro se stessi senza considerarsi dei falliti. Poco importa se la colpa del proprio insuccesso o del senso di insoddisfazione personale derivi in buona parte, e no dico latotalità in quanto il vittimismo non fa per me, da decisioni e "costumi" altrui.
Ma, come si sa, se qualcosa può sembrare ironico, molte volte può essere grottesco...
domenica 15 giugno 2008
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